La creazione del lavoro

C'era una volta, nella notte dei tempi.

Quando i tempi stessi dormivano un sonno un po' eterno e l'eternità stessa sognava, immersa nel buio, divinità luminose giardiniere, creative e creatrici.

Al principio era il verbo, poi arrivarono i complementi, la luce e le bollette.

Prima del tempo e delle bollette, tutto nel giardino era latte e miele, non esistevano né fatica né dolore, il lupo dormiva con l'agnello, ma l'agnello coltivava strani presentimenti e un po' di insonnia ce l'aveva.

La divinità creativa si annoiava tutta sola, anche il divino giardinaggio può arrivare a noia.

Così, a fango e sputacchi, si inventò il primo bipede implume … zac … su due piedi.

Vide che gli era uscito così così e sullo slancio ne inventò subito un altro.

Un modello molto meglio imbottito nei punti chiave e vide che ciò era buono.

Per i bipedi implumi, nel giardino luminoso tutto era concesso; un immenso reality, in un ipermercato senza casse, allestito in una serra.

Solo consapevolezza e conoscenza erano proibite … mi sa che non è cambiato ancora molto!

Una piazza infinita … al centro di una città che ancora dovrà essere …

Al centro di un palazzo infinito …

Una stanza infinita … Una divina stanza infinita.

Al centro dell'infinita stanza … Un tavolo … da gioco.

Una divina bisca.

Bottiglie rilucenti di galassie ed un bicchiere di fili di luce.

Partì la corsa, folle, del bicchiere di fili di luce, rotolante sul piano apparentemente inclinato di tavolo legnoso, intarsiato a pensieri piani e forti, sparsi eppur disposti ad arte d'arrangiarsi fra piccoli archi.

Riparato, dove c'era una volta, lucido, un soffitto. Un soffitto a botte da orbi, che da un occhio vede benissimo ma, da quell'orecchio non ci vuole sentire mai.

Così, nella piazza assolata, facevano orecchie da mercante i tempaioli, riempiendo le loro clessidre con la polvere del tempo.

Tutto quel tempo perso dalla gente in attesa di sogni impossibili, dimenticati e sparsi negli angoli del mercato.

Sogni che, raccogliendo la polvere del tempo perso, i sogniaioli ritrovano impigliati nelle ragnatele d'argento all'incrocio dei muri.

Sogni da ripulire per benino e riporre in cassette di luce d'arcobaleno ben imbottite con ciuffi di nuvole, così che chi li ha sognati possa un giorno ritrovarli intatti e pronti all'uso.

Ormai frolla, la follia della folla si scioglie, stillando dalla foglia, fino a che poi crolla, confondendone la voglia.

Nei colori s'invola, con nome e voce viola, con passo archeggiante, selvaggiamente amante, il cuore di diamante, la pancia conciliante e l'anima pia.

Così torna, risuonando al fin di follia, il cerchio si chiude, riprende e scorre via.

Dal bicchiere di fili di luce filtrano gocce luccicanti, rugiada eterna che la notte ha deposto fra i fili.

Rugiada che il rotolare sul piano apparentemente inclinato sparge con controllata casualità fra i piani ed i forti.

Risuonano note dall'aria indifferente, un picchio bussa alla larva che non apre.

Si è barricata in una delle quattro lunghissime gambe del tavolo, apparentemente inclinato.

Forti gambe che affondano le radici nel folto del bosco sulle spalle della terra e dipingono le chiome fra le nuvole, dove riposano i sogni.

Seduto al tavolo infinito, infinitamente impegnato al rubamazzetto con parche ed angiolanza mista, dopo aver dissetato la divina arsura con l'ambrosia del bicchiere di fili di luce, al divino giocatore, si scatenò un biblico appetito.

L'infinita mano, quella libera dalle carte del gioco, si protese con l'infinito braccio.

Si sporse anni luce al di là del tavolo intarsiato a pensieri piani e forti che suonava la musica delle sfere celesti.

Si slanciò ben oltre la via lattea, tentonando fra le galassie per afferrare un qualche vaso di biscotti che quietasse l'evangelico languore.

Per un istante si scordò la pratica ubiqua ed impegnato com'era nel contemporaneo controllo degli inaffidabili compagni di gioco, le onnipotenti dita tentonarono alla cieca nell'universo.

Fu questione di un attimo ... colse così l'errato vaso.

Dalla padrona dell'argillico contenitore si levò un urlo contrariato che attraversò l'universo tutto, in lungo e in largo, di lato e di traverso.

L'eco dell'urlo giunse fino ai giocatori, fulmineo l'infinito braccio si ritirò un poco a naso.

Urtò un paio di galassie a caso e … al dio cadde di Pandora il vaso ….

Un grande tonfo e rotolar di idee con suono d'argilla, cadde sulla paglia del tempo.

Che fortuna! Non si ruppe, saltò solo il tappo.

Un tappo tondo, d'argilla rossa; mattone corriere, prese a far pazzie, curvando gli angoli e gli spigoli della stanza infinita della divinità maldestra, un tappo sinistro che distrasse il dio.

Per svista del vaso, finanche per la botta, appena disperso l'eco del tonfo, proiettate dall'orlo, mille goccioline colorate finirono fra la paglia del tempo.

Divinamente imprecando venne raccolto il vaso, riunirlo al tappo curvatore di angoli fu il divino gioco di un istante.

Rimasero però le gocce colorate disperse oppure nascoste, fra i fili di paglia sul pavimento del tempo.

Sulla stessa paglia dove, nel tempo che fu, divinità iraconda e smemorata, aveva già disperso la prima coppia di bipedi implumi, cacciati per eccesso di sete di conoscenza.

Così i posteri dei due implumi di pelle e di pensieri, ormai costretti da generazioni a camminare sulla paglia del tempo, condannati a lavorare … per sempre, si ritrovarono le mille goccioline colorate attaccate alla pelle.

Ogni goccia un colore, ogni colore un lavoro.

 

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